Notizie sulla peste di Velletri del 1630

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La pubblicazione riporta informazioni sulla epidemia che colpì l’Italia nel 1630, magistralmente descritta da Alessandro Manzoni ne I promessi sposi. Le notizie sono contenute in alcune lettere scritte da Roma al veliterno Eugenio Braconi e incluse nell’Archivio Giorgi Toruzzi esistente nella biblioteca comunale di Velletri. Si tratta di uno spaccato di vita quotidiana di quel triste periodo in cui l’intera penisola ebbe a soffrire grandemente per la diffusione del morbo portato in Lombardia dai soldati dell’esercito imperiale comandato dal conte Rambaldo di Collalto. 25.000 fanti e 7.000 cavalieri, scesi dalla Valtellina, si diressero verso Mantova e poi posero l’assedio a Casale in Piemonte, razziando e distruggendo quanto trovavano sul loro cammino. Così la peste si diffuse.

Non si aveva idea di come agisse il contagio e dei rimedi per ostacolarlo. Si dava la colpa all’aria cattiva o agli untori. Comunque qualche misura venne presa: sbarrate le porte delle città, poteva entrare o uscire solo chi fosse in possesso di un salvacondotto delle autorità sanitarie; raccolti dalle strade, i mendicanti venivano isolati in luoghi appositi; si sopprimevano cani e gatti randagi; i malati erano rinchiusi nei lazzaretti, dove per la gran parte morivano.  Quando una casa aveva ospitato persone infette so sbarravano le porte e bruciata la biancheria. Tutte misure che in molti casi sortirono l’effetto desiderato. Inutili invece le processioni e le adunanze in chiesa per pregare e supplicare il perdono di Dio irato per i peccati degli uomini. La presenza di tante persone riunite non faceva che aumentare il contagio.

Roma fronteggiò l’epidemia in modo ben organizzato con numerosi lazzaretti mentre i suoi ospedali – eredità della pietà cinquecentesca – funzionavano egregiamente. Gli storici locali non fanno menzione di quanto accaduto a Velletri: evidentemente la città superò l’epidemia senza perdite.

Dopo le lettere spedite da Roma, si sono voluti aggiungere stralci di testi riguardanti l’epidemia di peste che colpì la capitale nel 1656, con le misure adottate che riteniamo simili a quelle del 1630.

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